













| |
Il quadro storico
Quando, per
indicare cambiamenti radicali, diciamo che è successo un 48, il pensiero corre
agli eventi rivoluzionari che hanno scosso l’Europa nel triennio 1847-1849.
Periodo, quello che va dal 1831 al 1857, forse più duro di tutto il
Risorgimento ma anche il più fecondo, perché fu il periodo di incubazione che
precedette lo Sbarco dei Mille, la liberazione dell'Italia centrale, l'incontro
di Teano.
L’equilibrio voluto dalle potenze europee nel 1815 al Congresso di Vienna
vacillò per le insurrezioni delle nazionalità oppresse contro i governi
reazionari.
A Genova questo moto di protesta ebbe un significato particolare. I seguaci di
Mazzini con alla testa Mameli e Bixio, chiedevano riforme democratiche
al Re di Sardegna e nello stesso tempo cercavano la via affinché le
“Sette sorelle” (come Mameli chiamava i Sette Stati in cui era divisa la
penisola) si unissero per fare dell’Italia una sola nazione.
Per raggiungere questo scopo molti pensavano che era indispensabile innanzitutto
cacciare lo straniero dall’Italia e per questo era indispensabile un esercito
ben organizzato.Essi confidavano in Carlo Alberto.
Altri giudicavano più realistico puntare ad una confederazione tra gli Stati
della penisola e si rivolgevano al Papa come garante e capo della stessa.
I più radicali erano mazziniani: gli Italiani dovevano conquistarsi la libertà
da soli, cacciare tutti i governi reazionari ed instaurare una Repubblica, cioè
la vera democrazia.
Ricordiamo una data: 10 dicembre 1847. Fu un giorno importante per la storia di
nella storia di Genova e del Risorgimento italiano.Quel giorno convennero nella città ligure patrioti provenienti da ogni parte
d’Italia per dare corpo a una manifestazione che voleva ricordare il 101°
anniversario della insurrezione
antiaustriaca.
Era solo un pretesto; in realtà chi venne a Genova voleva protestare contro la
presenza straniera in Italia ed indurre Carlo Alberto e gli altri sovrani ad
abbracciare la causa nazionale.
Oltre 32.000 persone, in una città di 100.000 abitanti, organizzarono un corteo
ininterrotto dall’Acquasola al Santuario di Oregina; in gruppi ordinati,
studenti, operai, artigiani, portavano i loro labari e cantavano inni.
Tra questi per la prima volta si cantò l’inno scritto da Mameli e musicato
dal Maestro Novaro, che si distingueva dagli altri, poiché era un inno
repubblicano (si rivolgeva al popolo e non ai sovrani) e metteva in evidenza
come esempi da seguire, momenti storici di cui fu protagonista il popolo.
Nella manifestazione di Oregina tra gli stendardi azzurri,
giallo neri inneggianti a Carlo Alberto e a Pio IX, tra i tantissimi
labari spiccavano due bandiere bianco-rosso-verdi. Era il tricolore italiano per
la prima volta portato in pubblico. Era il tricolore della scelto da Giuseppe
Mazzini come simbolo della Giovine Italia (organizzazione fondata da Mazzini
stesso nel 1831 con intenti indipendentisti e unitari) e che si apprestava a
diventare il simbolo di una intera Nazione che
aspirava alla libertà.
Giuseppe Mazzini
E’ quindi a partire da quel 10 dicembre 1847 che la nostra bandiera assume i
significati simbolici che ha tutt'oggi.
Reggio Emilia, che si fregia del titolo di “città del Tricolore”, ne vanta
le origini: nel gennaio del 1792 le
città di Reggio, Bologna, Modena e Ferrara , riunite nella Repubblica Cispadana
adottarono come bandiera il tricolore. Era però rappresentata una piccola parte
dell’Italia, così come in seguito per la Repubblica Cisalpina e per il Regno
di Murat.
Il bianco-rosso-verde riunì i congiurati dai moti rivoluzionari del 1821 a
Torino e del 1831 nel Ducato di Modena del 1833 in Savoia, e degli altri che si
susseguirono. Poiché era il simbolo della rivoluzione erano previste dure pene
per chi per chi osava esporla e per
Simbolo della rivoluzione era e chi osava mostrarlo era perseguitato dalle
polizie.
I due coraggiosi che quel 10 dicembre sfidarono il governo sventolando i
tricolori erano lo stesso Goffredo
Mameli ed un suo compagno, Luigi Paris, che guidavano un gruppo di entusiasti
giovani universitari.
Di fronte all’imponenza della manifestazione, con tutti i partecipanti che
inneggiavano all’Italia unita, la polizia non ebbe il coraggio di intervenire.
Mameli consegnò il suo tricolore Rettore dell’Università di Genova, dove
ancora oggi è conservato.
Luigi Paris custodì gelosamente il
suo drappo; nel 1849 fu costretto all’esilio per aver preso parte al moto di
Genova. Stette in Sud-America per oltre quarant’anni e, quando tornò in
patria nel 1890 volle donare quel prezioso ricordo alla città di Genova.
Da quel 10 dicembre 1847, “Fratelli d’Italia” e
tricolore bianco-rosso-verde sono simboli inscindibili della nostra unità
nazionale.
Entrambi sono legati alla figura di Goffredo Mameli e alla città di Genova.
Goffredo Mameli
Goffredo Mameli
(1827-1849)
"E' tra quei giovani che riconciliano con l’umana
famiglia, che, in questo secolo di brutture, vi fanno non disperare
dell’avvenire...”. Questo il giudizio di Giuseppe Garibaldi su Goffredo Mameli,
quando lo conobbe a Genova nell’ottobre
del 1848 patria.
Goffredo Mameli dei Mannelli nacque
a Genova il 5 settembre 1827.
Discendeva da famiglia
aristocratica: la madre , la Marchesa Zoagli Lomellini, ne comprese la
sensibilità e le aspirazioni, anche perché i nobili genovesi erano avversi al
Piemonte che aveva soffocato la libertà dell’antica Repubblica. Il padre,
d’origine sarda era invece un fedele di Casa Savoia ed aveva fatto carriera
nella marina militare.
Goffredo era la... pecora nera della famiglia: a lui
facevano riferimento i tanti giovani legati a Mazzini, e ai suoi ideali di unità e di repubblica.
Poeta precocissimo (un grande poeta d’amore e di guerra, i temi
ricorrenti nelle sue composizioni) scrittore, patriota, soldato, di sentimenti
liberali e repubblicani, aderisce al mazzinianesimo nel 1847, anno in cui
partecipa attivamente alle grandi manifestazioni genovesi per le riforme. Mazzini lo prediligeva
fra tutti i suoi seguaci perché la sua personalità racchiudeva la
perfetta sintesi di pensiero e azione.
Scrisse opuscoli politici, fondò un giornale, fu l’anima
di tutte le manifestazioni che sin dal 1846 miravano ad ottenere da Carlo
Alberto riforme costituzionali, organizzò la manifestazione patriottica del 10
dicembre durante la quale sventolò
come simbolo di unità di tutti gli italiani la bandiera tricolore della
Giovine Italia.
Nel marzo del 1848, a capo di 300 volontari, raggiunge Milano insorta contro gli
Austriaci, per poi combattere contro l'esercito Asburgico sul Mincio (prima
guerra di Indipendenza) col grado di capitano dei bersaglieri.
Dopo l'armistizio Salasco, torna a Genova, collabora con Garibaldi e, in
novembre, è tra i primi a raggiungere Roma, dove, fuggito il
Papa, si stava preparando la Repubblica. Fu lui a chiamare Mazzini con un semplice telegramma :
“Venite, Roma, Repubblica”.
Tre
eserciti coalizzati (Francia,
Napoli, Papato) assediano il fior fiore dei patrioti (Manara, Pisacane, Garibaldi, i Dandolo e tanti
altri), venuti a difendere la loro
città. Goffredo Mameli, nonostante la febbre, è sempre in prima linea nella
difesa della città assediata: molti morirono
con le armi in pugno a difesa della Repubblica Romana. Il 3 giugno, combattendo
sul Gianicolo, Mameli è
ferito alla gamba sinistra, che dovrà essere amputata per la sopraggiunta
cancrena. Muore d'infezione il 6 luglio 1849, alle sette e mezza del mattino, a
soli 22 anni.
I suoi versi non erano pura esercitazione letteraria:
per l’Italia “siam pronti alla morte”
-scriveva nell’inno nazionale-, quasi presagendo la sua fine gloriosa.
Michele Novaro
Michele
Novaro (1822-1885)
Anche l’autore della musica dell’inno era genovese: era
nato il 23 dicembre 1822. Sin
da bambino frequentò l’ambiente teatrale e musicale. Il padre lavorava al
Teatro Carlo Felice come tecnico di scena, la madre , Giuseppina Canzio era
sorella di Michele, artista famoso e
autore di numerose scenografie di opere teatrali.
Frequentò la scuola di canto e di composizione aperta
presso il teatro di Genova per preparare i giovani all’arte della musica.
Novaro fu buon allievo: quando nel dicembre del 1847
compose la musica per l’inno era a secondo tenore e maestro di coro dei
teatri Regio e Carignano di Torino. Tornò più tardi a Genova dove fondò una
scuola popolare di Musica, alla quale dedicò con passione gran parte della
vita, ricercando sempre nuovi metodi di insegnamento e scrivendo appositamente
opere per le recite dei suoi allievi.
Convinto liberale, offrì alla causa dell'indipendenza il suo talento
compositivo, musicando decine di canti patriottici e organizzando spettacoli per
la raccolta di fondi destinati alle imprese garibaldine.
Di indole modesta, non trasse alcun vantaggio dal suo inno più famoso, neanche
dopo l'unità d'Italia.
Tornato a Genova, tra il 1864 e il 1865 fondò una "Scuola Corale
Popolare", alla quale avrebbe dedicato tutto il suo impegno. In questi
ultimi anni, segnato da difficoltà finanziarie e problemi di salute, fu costretto a chiudere la sua scuola e ad accontentarsi di un incarico di
semplice maestro nelle scuole civiche.
Morì povero il 21 ottobre 1885. Furono gli ex-allievi delle scuole canto che
aveva fondate ad erigergli, con una colletta, un monumento funebre nel "Cimitero
Monumentale di Staglieno" a Genova, dove oggi riposa vicino
alla tomba di Mazzini.
Tomba di Giuseppe Mazzini
Quando fu composto l’inno
Mentre sappiamo il giorno esatto in cui fu composta la
musica e fu cantato l’inno, è difficile stabilire quello in cui Mameli
scrisse le infuocate parole, inizialmente titolate "Canto degli Italiani".
I versi furono messi giù in poche ore e subito si
diffusero per le strade della città cantati al ritmo di altre canzoni; un
musicista genovese, tale Magioncalda volle adattarne una musica di sua
composizione, lo stesso fece il Maestro Novella, ma non soddisfacevano Mameli.
Egli pensò ad un giovane ma ormai affermato maestro di
musica Michele Novaro, che conosceva
anche perché abitava vicino
a casa sua. Affidò ad un amico, il pittore Ulisse Borzino, il
manoscritto affinché lo portasse a Torino dove Novaro stava allora lavorando.
Ma ecco la scena dell’incontro narrata da chi ne fu
testimone, Anton Giulio Barrili. La scena è la casa dello scrittore e patriota
Lorenzo Valerio (nei pressi del Palazzo Reale): “..si faceva musica e politica insieme...si leggevano al
pianoforte parecchi sbocciati appunto per ogni terra d’Italia. Entra nel salotto un nuovo ospite, Ulisse
Borzino, che
voltosi al Novaro,con un foglietto che aveva cavato di tasca, gli disse: to’,
te lo manda Goffredo”.
Il Novaro apre il foglio, legge, si commuove. gli chiedono
tutti cos’è. “Una cosa stupenda - esclama il maestro, e legge ad alta voce
e solleva d’entusiasmo tutto l’uditorio”.
Lo stesso Novaro raccontava qualche anno dopo: “Mi posi subito al
cembalo coi versi di Goffredo sul leggio e strimpellavo, assassinavo con le dita
convulse quel povero strumento, sempre con gli occhi all’inno, mettendo giù
frasi melodiche, l’un sull’altra ma lungi mille miglia dall’idea che
potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai scontento di me; mi trattenni
ancora un po' in casa di Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi
della mente. Vidi che non c'era rimedio, presi congedo e
corsi a casa. Là, senza pure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte. Mi
tornò alla mente il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su di un
foglio di carta, il primo che mi venne alle mani: nella mia agitazione rovesciai la
lucerna sul cembalo e, per conseguenza, anche sul povero foglio. Fu questo
l’originale dell’Inno "Fratelli d’Italia"”.
Prosa
L’inno è composto da cinque strofe formate da otto
senari, intercalate da un ritornello.
Ciascuna strofa esprime un concetto chiaro: L’Italia è
risorta (I strofa); E’ il momento di unirci (II strofa), e di scacciare lo
straniero, prendendo esempio dai nostri padri (III strofa); la vittoria sarà
nostra perché Dio protegge chi combatte per una causa giusta (IV strofa); il
momento è opportuno; gli oppressori stanno perdendo la loro forza (V strofa).
Analizziamo strofa per strofa:
1) Fratelli d’Italia
l’Italia s’é desta
dell’Elmo di Scipio
s’è cinta la testa.
Dov’è la vittoria?
Le porga la chioma
che schiava di Roma
Iddio la creò
|
L’inno inizia con un appello ai “Fratelli
d’Italia”: gli abitanti della penisola, allora divisi sotto sette
diversi sovrani, sono spiritualmente uniti: “fratelli” e
“italiani”.
Segue un annuncio: l’Italia si è destata ed è pronta per la riscossa.
L’autore ricorre ad una immagine allegorica classica con un forte
richiamo alla Roma repubblicana. Immagina
l’Italia personificata che si prepara alle battaglie della guerra
d'Indipendenza ed ha
posto sul suo capo l’elmo di Publio Cornelio Scipione, detto l’Africano,
che sconfisse il generale cartaginese Annibale nella battaglia di Zama
(nell'attuale Algeria) nel 202 a.C. mettendo fine alla seconda guerra
punica.
Publio
Cornelio Scipione, detto l'Africano
Nell'antica Roma alle schiave venivano tagliati i capelli per distinguerle
dalle donne libere che li portavano lunghi.
Gli antichi pensavano che la Dea Vittoria, come la Fortuna, girasse
sopra una ruota e che gli uomini dovessero afferrarla per i capelli. Ancora oggi si dice “acciuffare la vittoria per i capelli”.
La
Vittoria
L’Italia, identificata
con la antica Roma, sarà sempre
vittoriosa in tutte le sue battaglie perché la dea Vittoria, per volere
di Dio che l'ha creata tale, è chiamata ad offrire la sua chioma affinché
le venga tagliata (cioè sottomessa e resa schiava a Roma). |
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte,
siam pronti alla morte
l’Italia chiamò. |
E’ il ritornello che ricorre dopo ogni strofa.
La coorte era la decima parte della legione romana.
La Patria chiama alle armi suoi figli: è una esortazione che Mameli rivolge ai “fratelli
d’Italia” di unirsi compatti in
schiera, pronti anche a
morire per la causa, perché l’Italia , la nostra patria comune, ci ha
chiamati a combattere. |
|
2) Noi siamo da secoli
calpesti, derisi,
perché non siam Popolo, perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
Bandiera, una speme
di fonderci insieme
già l’ora suonò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte
siam pronti
l’Italia chiamò. |
Per secoli l’Italia è stata terra di
conquista , perché non è mai stata una sola Nazione e gli italiani erano
divisi non solo territorialmente, ma anche da lotte e discordie.
Oggi ci unisce una sola bandiera ed una comune speranza (speme): è
sonata l’ora di costituirsi in un solo Stato.
Bandiera
tricolore
Mameli spera (speme) che l'Italia del 1948, ancora divisa in sette Stati
(Regno di Sardegna, Regno Lombardo-Veneto, Regno delle Due Sicilie, Stato
Pontificio, Granducato di Toscana, Ducato di Parma, Ducato di Modena), si
ritrovi unita sotto un'unica Bandiera (il tricolore). |
3) Uniamoci, amiamoci,
l’unione, l’amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore:
giuriamo far libero
il suolo natio,
uniti per Dio
chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte
siam pronti
l’Italia chiamò. |
Questi versi rivelano la concezione religiosa
di Mazzini (ad ogni popolo Dio ha affidato una missione; quella degli
Italiani é di raggiungere l’Unità. l’Unità d’Italia è un bene e
come tale è voluto da Dio.
Solo se saremo uniti e ci ameremo come fratelli -scrive il poeta-
potremo comprendere il disegno divino. E uniti per Dio (è un francesismo
e significa "in nome di Dio", "attraverso Dio",
"da Dio") nessun potrà vincerci. |
4) Dall’Alpi a Sicilia
dovunque é Legnano,
ogn’uom di Ferruccio
ha il core e la mano,
i bimbi d’Italia
si chiaman Balilla
il suon d’ogni squilla
i Vespri suonò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte
siam pronti
l’Italia chiamò. |
Il poeta riconosce il patrimonio ideale e
storico delle diverse realtà regionali, che la lotta per l’unità,
anziché appiattire, esalterà.
Con una serie di esempi il
poeta afferma che tutti gli Italiani (dall’Alpi a Sicilia) sono pronti a
battersi per cacciare gli stranieri dalla loro terra.
Se nel passato, sottintende il poeta, una sola città,
ha riconquistato la propria libertà contro l’usurpatore
straniero, oggi che tutti abbiamo la stessa volontà, l’impresa non potrà
non avere successo.
La strofa piaceva particolarmente a Garibaldi poiché racchiude in se una
sintesi di ciò che un Italiano non dovrebbe ignorare della sua storia
ovvero sette secoli di lotte contro il dominio straniero:
- la battaglia di Legnano (29 maggio 1176), quando Lega Lombarda giurata a Pontida
(che raggruppava i Comuni italiani guidati da Alberto Guissano), sconfisse Federico Barbarossa
Battaglia di
Legnano (29 maggio 1176)
- Il capitano Francesco Ferrucci fu il simbolo della strenue difesa della
Repubblica di Firenze, assediata dall'esercito imperiale di Carlo V nel
1530. Il 2 agosto del 1530, dieci giorni prima della capitolazione della
città, egli sconfisse le truppe nemiche a Gavinana, vicino a Pistoia.
Ferito e catturato viene finito a Firenze da Fabrizio Maramaldo, un
italiano al soldo straniero, al quale rivolse le celebri parole d'infamia
"Tu uccidi un uomo morto".
- Balilla è il soprannome di Giambattista Perasso, il ragazzo genovese
che il 5 dicembre 1746 scagliò un sasso contro alcuni soldati austriaci
divenendo così simbolo della rivolta popolare a Genova contro gli austriaci. Il 10 dicembre 1746,
dopo cinque giorni di lotta, la città ligure si libera dell'occupazione
straniera, durata alcuni mesi.
- infine, Palermo, dove il 30 marzo 1282 le campane palermitane del Vespro
suonarono a stormo a
dare il segnale della rivolta contro i francesi di Carlo D’Angiò. La
sommossa è ricordata come la rivolta dei Vespri Siciliani. |
5) Son giunchi che piegano
le spade vendute:
già l’aquila d’Austria
le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia
bevè col Cosacco
il sangue Polacco
ma il cor le bruciò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte
siam pronti
l’Italia chiamò. |
L'inizio della strofa è una chiara allusione
all’Austria che, per sottomettere l’Italia, si era servita di eserciti
mercenari: le “spade
vendute” (truppe mercenarie), soggetto del periodo, non
hanno più la forza di resistere , ma si piegano come giunchi al vento.
Per questo motivo tale strofa fu all'inizio censurata dal governo
piemontese e ne fu permessa la stampa solo dopo l’inizio
della I guerra di Indipendenza.
L’Aquila bicipite, che rappresenta l’Impero Asburgico, ha perso la
propria vitalità (“ spennata”).
Aquila
stemma degli Aburgo d'Austria
Si è nutrita del sangue degli italiano, così come l’altra potenza
reazionaria d’Europa, la Russia (il Cosacco), si è nutrita del sangue della Polonia. E’ un riferimento
alle sanguinose repressioni dei moti carbonari in Italia e
dell’insurrezione polacca del 1831.
Ma il sangue dei morti è stato fatale alle due potenze /”Il cor le
bruciò”/: ha acuito l’odio delle popolazioni oppresse esasperandone
la volontà di vendicarsi e conquistare la libertà. |
L’autografo e le
prime edizioni a stampa
Prima stesura dell'inno di Mameli custodita all'Istituto
Mazziniano a Genova
La prima stesura manoscritta del “Canto degli Italiani”
è conservata all’Istituto Mazziniano (Museo del Risorgimento di Genova - casa
natale di Giuseppe Mazzini). E’ all’interno di un quaderno personale del
poeta con appunti, considerazioni, poesie, scritti vari.
Si vede la frenesia con cui la penna di Mameli riversa
concetti e rime. Inizia scrivendo :
“E’ sorta dal feretro”. Ha un attimo di esitazione; il verso non lo
soddisfa nella forma; daccapo. :”Evviva l’Italia , l’Italia s’è
desta”. Il concetto è lo stesso, ma espresso con una forza ed un vigore ben
più trainanti. Da questo momento i versi scorrono veloci, uno dopo l’altro.
Il poeta è ispirato, frenetico: La scrittura è nervosa, continua, veloce,
quasi che il poeta tema di non riuscire a fermare sulle carte tutte le idee che
gli si agitano nella mente. Si spiegano così parole
incomplete (scrive “Ilia” per Italia), la dimenticanza di
accenti ("perche"), gli errori nelle
doppie (“Ballilla”) e altri refusi.
Ogni strofa esprime un concetto, è quasi una poesia a sé;
solo nella rilettura il poeta le metterà in un ordine logico.
L’inno si concludeva con una strofa che evidentemente non
soddisfece l’autore, che la cancellò nervosamente, rendendola quasi
indecifrabile.
Questi versi che ...per poco non rimasero alla storia,
erano rivolti alle donne italiane : “Tessete o fanciulle/ bandiere e coccarde/
fan l’alme gagliarde/ l’invito d’amor”.
Il secondo manoscritto dell’inno è conservato al Museo
del Risorgimento di Torino. e’ la copia che Mameli inviò al Novaro
affinché componesse una musica adatta alle parole.
La grafia è più ferma; il poeta riordina e ricopia,
correggendo qua e là lo scritto originale.
Cambia l’inizio del suo inno: “Evviva l’Italia” con “Fratelli
d’Italia”. Con questa variante l’autore indica sin dalla prima strofa a
chi è dedicato e rivolto l’inno. Per il resto si limita correggere gli errori
dovuti alla fretta e ad alcune varianti che
non incidono sul significato dei versi.
Michele Novaro buttò giù d'un fiato le note che avrebbero accompagnato la
prima strofa della poesia. Diciotto battute, nè una di più nè una di meno.
Novaro pensò che se la musica era dirompente doveva essere altrettanto per il
finale della sestina: così aggiunse il "Sì!" alla fine del coro,
gridato a suggellare l'impegno del popolo nei confronti del suolo italico, che
chiamava alla lotta per l'indipendenza
L’inno fu stampato su foglio volante a Genova dalla
tipografia Casamara per essere distribuito per la manifestazione del 10
dicembre.
L’Istituto Mazziniano ne conserva una copia, che ha
correzioni a penna di mano dello stesso Mameli.
Il foglio volante, posteriore ai due manoscritti, non
ha l’ultima strofa (Son giunchi che piegano...). Si temeva
l’intervento della censura per dei versi che erano troppo palesemente
antiaustriaci. Dopo il dieci
dicembre il canto di Mameli si diffuse in ogni parte d’Italia, portato dagli
stessi patrioti che erano venuti a Genova.
Nel Ducato di Modena, ad esempio, il foglio volante
aveva il titolo di “Canto degli Italiani”; gli autori erano indicati
con “Parole di Mammelli /sic/, musica del Maestro Novaro. Piemontese”. Certo
per i due genovesi questo termine poteva suonare ad offesa, anche se era esatto,
in quanto la Liguria faceva parte del Regno di Sardegna.
Infine, le parole di Mameli “...noi siamo da secoli calpesti, derisi perché
non siam popolo, perché siam divisi...” sono state cambiate in “...noi
fummo da secoli calpesti, derisi perché non siam popolo, perché siam divisi...”
quando queste furono adottate come inno nazionale.
L’inno del popolo
La legittimazione dell'“Inno di Mameli” come canto
degli Italiani avvenne nel 1862, quando all'Esposizione Universale di Londra,
Giuseppe Verdi lo eseguì accanto alla “Marsigliese” e a “God save the
Queen”, nell'Inno delle Nazioni. Avrebbe potuto scegliere la “Marcia Reale”
(composta da Giuseppe Gobetti per Carlo Alberto) che accompagnava il re nelle
sue sporadiche uscite pubbliche.
E’ curioso come
il canto che tutti riconosciamo come inno nazionale, non sia mai stato
ratificato come tale dal Governo
italiano. Il fatto che non si è ancora provveduto ad ufficializzare con un decreto
questa consuetudine provoca curiosi incidenti diplomatici in
occasioni ufficiali, specialmente all’estero: poiché nessuno ha provveduto a
dare informazioni sul nostro inno alle diverse diplomazie, è successo che il
nostro Capo di Stato sia stato salutato... con la Marcia Reale, cioè con
l’ultimo inno, regolarmente statuito da una legge.
La Monarchia adottava ufficialmente la “Marcia reale” (quindi, certamente
non amato dai Savoia). Emarginato dal fascismo (e divenuto l'inno dei fuorusciti
e di molte formazioni partigiane), all'avvento della Repubblica, dopo il referendum costituzionale del 1946,
il canto di Mameli fu accolto dubbiosamente, con la formula di “inno
provvisorio”, in quanto era il più amato dal popolo. Molti avrebbero
preferito che si continuasse ad usare la "Leggenda del Piave" (come
spesso era stato fatto durante il governo Badoglio), altri volevano un brano
lirico, altri ancora optavano per un inno nuovo di zecca: e fu anche fatto un
tentativo in questo senso, con un concorso bandito negli anni '60 che però
produsse infelici risultati.
Ma perché l'emarginazione? Ha influito anche qui il solito equivoco sulle
immagini evocate nella prima strofa, che sembrano esaltare temi imperialistici,
mentre si riferiscono alla Roma repubblicana e alla lotta di Scipione
l'Africano, condottiero acclamato dal popolo, contro Annibale l'invasore
straniero. E' certamente merito del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio
Ciampi l'avere indotto gli italiani a liberarsi di questi pregiudizi ed a
valutare l'inno nella sua luce storica, tenendo presenti i modelli e il
linguaggio dell'epoca in cui nacque.
In occasione delle vittorie degli atleti azzurri alle olimpiadi di Sydney del
2000, il Presidente Ciampi affermò: "E' un inno che, quando lo ascolti
sull'attenti, ti fa vibrare dentro; è un canto di libertà di un popolo che,
unito, risorge dopo secoli di divisioni, di umiliazioni...".
Oggi il messaggio è soprattutto di coesione e di appartenenza, e ciò
particolarmente in quei casi in cui nelle manifestazioni sono coinvolti
"fratelli separati", ossia emigrati italiani sparsi nel mondo. Nelle
Little Itlay (zone in molte grandi città americane dove si concentravano
maggiormente gli emigrati italiani) del mondo c'è ancora qualcuno che vi mostra
lo spartito dell'inno (trascrizione per mandolino) portato dal nonno o dal
bisnonno, magari insieme ad una vecchia bandiera o ad un cappello da alpino.
Sono magari generazioni di emigrati che la nostra lingua la parlavano appena e
che non sono sfiorate dalle polemiche sul "canto degli italiani". Ma
si tratta dell'inno che hanno assimilato in casa e che funge da filo di
collegamento con la terra in cui trovano le loro radici.
Massimo Pizzirani
Si ringraziano:
- il sito http://web.tiscali.it/mazzinihouse/mameli_index/depliant%20mameli.htm
da cui ho attinto buona parte del materiale
-
Giacomo Bassi
- Tarquinio Maiorino, Giuseppe Marchetti, Piero Giordana autori del libro
"Fratelli d'Italia. La vera storia dell'inno di Mameli", Milano,
Mondadori
|