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La musica popolareLa
musica popolare o per meglio dire, nel nostro caso, le canzoni
popolari sono componimenti musicali CANTATI che possiedono la qualità
specifica di rispondere ad un modello
culturale popolare, ossia degli strati bassi e marginali della
popolazione, ma non per questo meno importanti e fondamentali. Le
caratteristiche della musica popolare
si possono elencare: -
SEMPLICITA’ DELLA MELODIA,
indispensabile per la memorizzazione (in quanto, come vedremo, è caratteristica
della musica popolare la trasmissione orale quindi è fondamentale la semplicità
melodica) -
FUNZIONALITA’, cioè la musica
popolare nasce essenzialmente per uno scopo pratico (la musica popolare è liturgica) -
TRASMISSIONE ORALE attraverso la
pratica diretta dell’IMITAZIONE: tale punto è essenziale per definire una
musica come popolare: è tuttora presente nella tradizione sarda che i vecchi
canti sono bagaglio degli anziani del paese, e l’insegnamento e il tramando di
tali canti avviene solamente a persone che l’anziano ritiene “di fiducia”,
che sia in grado di portare avanti, nella maniera più genuina, i sapori della
propria terra. La
funzione fondamentale della trasmissione orale è quella che favorisce la
formazione di sfumature sulla melodia inizialmente imparata: ecco che, passando
di bocca in bocca, sia le parole che la melodia possono venir cambiate dagli
esecutori anche in maniera molto radicale. Questo
cambiamento può essere indotto non solo da una volontà arbitraria da una
dimenticanza di chi la ripropone a distanza di tempo o di luogo da dove tale
melodia si è imparata, ma può essere forzato da condizioni sociali differenti
da quelle originarie (come può essere un canto riguardante un antico
mestiere che viene riadattato ad un mestiere attuale o un canto in un
determinato dialetto che viene convertito in un dialetto diverso, o ancora un
canto di estensione troppo acuta o grave che viene riadattato dal nuovo
esecutore alle sue capacità vocali). Nella
musica popolare non c’è quindi un autore unico ma una specie di CREAZIONE
COLLETTIVA e così, anche se composta da un autore ben preciso, diventa
popolare nel momento in cui viene assimilata e modificata dalla collettività.
In questo modo non esiste una versione originale ma tante varianti diverse e, in
un certo senso, ogni variante è l’originale ed ogni esecutore è anche autore
del brano che interpreta. Fin
da bambini siamo a contatto con musiche di forma popolare, ne sono l’esempio
le ninna-nanne o le “conte”. Anche in questi primi esempi, che fungeranno da
base del linguaggio musicale di ciascun individuo, è possibile notare le
caratteristiche proprie del canto popolare: -
la semplicità melodica, che fisserà l’orecchio del bambino al linguaggio
tonale -
la funzionalità, per far addormentare o per decidere, ad es., chi inizia un
gioco -
le variazioni, ad esempio la stessa melodia di una ninna-nanna può avere parole
diverse da una famiglia ad un’altra e così le conte possono cambiare a
seconda del gruppo di bambini o a seconda della generazione Le
musiche popolari si possono classificare in diversi generi: -
infantile, con ninna-nanne, rime e filastrocche infantili -
formule magiche e scongiuri -
richiami (degli spazzacamini, degli arrotini…) -
per ritmare il lavoro (pescatori, mondariso, tagliapietra…) -
per le diverse festività dell’anno (da Natale a Carnevale a Pasqua, per non
parlare delle musiche sui Santi per le diverse feste patronale) -
repertorio inventato e usato dal popolo (contadini, braccianti, pastori,
artigiani…) riguardante diversi momenti della vita quotidiana -
d’amore e di corteggiamento -
ballate narrative o scherzose CANTI
SACRI: In
Italia esiste una tradizione di musica popolare sacra molto radicata e sentita,
specialmente nelle regioni del centro-sud, in cui a volte tende a toccare la
superstizione. Di musica popolare sacra si comincia a parlare attorno al secolo XIII, in pieno Medioevo, in cui il soffocante potere della Chiesa proibiva l’esibizione pubblica di spettacoli teatrali e di piazza siccome considerati covo del diavolo. E’ dalle eremitiche colline dell’Umbria e della Toscana che, con la nascita di ordini mendicanti come i Francescani e i Flagellanti (o Disciplinati), sorge un nuovo tipo di canto in volgare denominato LAUDA caratteristico proprio dell’Italia centrale. Sarà proprio dalla lauda (precisamente dall’ordine dei Flagellanti), e quindi è dall’ambiente sacro che rifiorirà il teatro con le Sacre Rappresentazioni, germe, alla fine del ‘500, del melodramma. La larga diffusione delle laude (aventi caratteristiche della musica popolare) fu dovuta al fatto proprio di adottare melodie di musiche popolari rivestite con parole sacre: è di ordinaria prassi la raccolta di laude in cui è posta, all’inizio, la scritta “Da cantarsi sopra ‘l canto …” a cui seguiva il titolo si un canto profano famoso all’epoca. Nel
secolo XVI la lauda rifiorisce, sempre nell’Italia centrale, nella forma
polifonica a sole voci (pratica diffusa nel periodo): la pratica del canto di
queste laude all’interno di oratori (congregazioni popolari di preghiera)
porterà, nel ‘600, alla nascita della forma musicale dell’Oratorio. In
Sardegna, come nel sud in genere, la pratica del canto sacro è legata
essenzialmente a riti processionali: proprio in Sardegna, in cui tale pratica è
tuttora viva, il corteo è preceduto da strumentisti (suonatori di launeddas,
flauto di canna di bambù con a fianco altre due canne che fanno da bordone, o
di fisarmonica) che, girando per le strade, avvertono la gente del passaggio del
santo; in mezzo sta la statua del santo e dietro il corteo delle donne che canta
il rosario in dialetto: il brano “Deus
ti salvet Maria” non è altro che l’Ave Maria in dialetto sardo.
Fanno parte di questi cortei anche momenti in cui vengono intonati i GOGIUS,
canti sempre in sardo che raccontano la vita del santo. CANTI
DELL’INFANZIA: Come abbiamo detto precedentemente, la musica popolare nasce e cresce con l’uomo dalle forme primordiali delle ninna-nanne e delle filastrocche infantili. Un
tipico esempio è il canto della Campania “La
fiera di Mast’Andrea”, una filastrocca del genere con
ripetizioni: ciò significa che alla prima strofa segue una seconda che è
data dalla prima più l’aggiunta di una variazione finale, la terza sarà data
dalla seconda strofa (quindi l’insieme delle prime due) più l’aggiunta di
una terza variazione e così via, fungendo da esercizio mnemonico per il
bambino. La caratteristica di questo canto è la costruzione su una scala minore
(una particolare successione di note) denominata propriamente “napoletana”
(ha il II grado abbassato di mezzo tono) il cui ascolto ci riconduce
immediatamente all’atmosfera ed al calore di Napoli. Nei
canti dell’infanzia anche il brano delle Marche “Ninna
oh”, caratterizzato da una melodia simile a nenie utilizzate anche in
Emilia-Romagna: il canto popolare che modifica parole e melodia a seconda dei
dialetti (cadenze, accenti…) e, perché no, a seconda della memoria di chi
tramanda il canto! CANTI
AMOROSI E DI DIVERTIMENTO: Per risalire all’origine di questi canti occorre rifare di nuovo un salto al Medio Evo (fine 1200) in cui traggono origine non solo la musica popolare italiana ma anche quella francese e tedesca. E’ il periodo in cui si formano le prime università (da Bologna a Parigi, da Colonia a Pavia, da Toledo a Salerno) e gli studenti, i Goliardi, usavano vagabondare da una scuola all’altra (e anche da una taverna ad un’altra) protetti dall’immunità ecclesiastica e sfoggiando composizioni su metriche latine (attinte dal repertorio ecclesiastico: tali canti erano detti Carmina) però camuffate con testi seri (religiosi, satirici, morali, storici o mitologici), d’amore, di osteria o giocosi. Sono gli anni in cui, in Italia, le manifestazioni degli ordini mendicanti si tramutano nel teatro da piazza delle Sacre Rappresentazioni, o il periodo in cui nascono le parodistiche processioni carnevalesche o ancora le azioni rituali di valore augurale e propiziatorio che si tenevano in piena primavera chiamate feste del Calendimaggio, del primo giorno di Maggio (dal latino “Kalendae” cioè “primo”, da cui “calendario”), tuttora vive e presenti nella tradizione di Riolunato (Modena). Già nelle Sacre Rappresentazioni (nonostante l’origine sacra) non mancano vicende con riferimenti piccanti (si pensi che queste erano recitate con tanto di scenografia). Le
processioni carnevalesche sono tipiche di tematiche della malmaritata, della
figlia desiderosa del marito, delle comari che bevevano e mangiavano a
crepapancia, e di tutte quelle beffeggiatrici e satiriche in genere. Alle
manifestazioni del Calendimaggio si possono invece ricondurre brani a
tematica bucolica, amorosa e naturalistica. E’
sullo spunto di queste antiche tematiche che le canzoni popolari attuali
traggono ancora spunto sotto diverse forme: -
VILLOTTA: è un genere che prende origine in Friuli attorno al secolo XVI;
diffusasi anche in altre parti dell’Italia del Nord, prese a distinguersi per
i suoi caratteri tipici il secolo XVIII e fiorì per tutto il secolo XIX. La
struttura della composizione appare generalmente semplice e gli sviluppi
melodici rivelano influssi tedeschi e slavi. -
STORNELLI, STRAMBOTTI E RISPETTI: sono forme di canto lirico (voce accompagnata
da uno strumento) monostrofico eminentemente italiano (che però non esclude
parentele con altre forme dell’area mediterranea) di natura descrittiva che, a
volte può essere improvvisato. Per
capire il canto amoroso “Tutte
li fundanelle” tradizionale del Molise (ma anche Abruzzese: sottile è
il divario tradizionale e culturale di queste due regioni, fino a pochi decenni
fa ancora unite) occorre immaginarlo ambientato in quelle zone in cui tutti i
paesi sono issati sul cocuzzolo di colline tutt’intorno alla Maiella
(denominata “la mamma”: gli abitanti di queste zone hanno una venerazione
quasi materna verso questo complesso montuoso tanto che, anche visivamente,
tendono a ravvisarlo nel profilo di una donna sdraiata). Quando d’estate le
fontanelle dei paesini si seccavano, la gente doveva andare a prendere
l’acqua ai piedi delle colline utilizzando delle particolari giare di creta
che le donne portavano in equilibrio sulla testa (la sommità di questa era
avvolta da una specie di fazzoletto attorcigliato a turbante in modo tale da
facilitare l’equilibrio e attutirne il peso). L’amato protagonista del canto
è assetato (l’espressione dialettale “…mi te sete” indica una sete
estremamente forte) e chiede all’amata dov’è l’acqua che gli doveva
portare. Questa risponde che nella giara non c’è l’acqua che gli ha chiesto
ma due catene d’oro incatenate (simbolo degli anelli uniti) come segno del suo
amore. Per
quanto riguarda il canto popolare trentino “N’a
volta gh’era” è possibile notare il problema, qui beffeggiato, delle
minoranze etniche presenti nelle nostre estreme zone di montagna al confine, in
questo caso, con l’Austria. Questo brano popolare, che noi troviamo nella
versione quasi prettamente italiana (tranne la comune frase “Sprechen sie
Deutch”), vede nella sua radice più originaria l’alternanza di strofe in
tedesco e in italiano:
Inoltre lo “jodler”, che intercala le varie strofe, è un tipico modo di richiamo dei montanari tirolesi, entrato poi nella musica e nel folklore come elemento caratterizzante di questa zona.
Massimo Pizzirani |
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Aggiornato il: 27 dicembre 2010 |