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Per informazioni:
CENNI STORICI Guiglia
richiama subito alla mente il Conventino e nel Conventino, praticamente, si
identifica la storia di Guiglia. Questo antico castello, sorto nel XIV secolo,
forse nelle vicinanze o nel luogo stesso di uno più antico, subì ripetuti
assalti nelle frequenti lotte dei tempi e nel 1301 venne completamente distrutto
dal fuoco, Fu ricostruito e nel 1405 Guiglia, con altre terre dei dintorni, fu
concessa ai Pio di Carpi. Il castello divenne poi sede di un convento di
Carmelitani, da cui il nome di Conventino dato all'antico castello.
Successivamente fu del feudatario Francesco Montecuccoli, che provvide a lavori
di ampliamento facendone una lussuosa dimora, tanto che vi trovò poi posto
perfino un teatro. Dopo un periodo di splendore seguì la decadenza. Gli eredi
dei Montecuccoli, i Montecuccoli Laderchi, poco si curarono del castello, non
pagavano nemmeno le tasse, per cui fu messo in vendita e acquistato
dall'ingegner svizzero Beusch che lo trasformò in albergo. Fu poi del comune di
Reggio Emilia e finalmente, nel 1941, divenne di proprietà comunale.
Nell'immediato dopoguerra, per iniziativa di alcuni cittadini del luogo, nel Con
ventino trovò sede un albergo e, cosa sensazionale, una casa da gioco che
subito fece accorrere dalle città vicine un gran numero di persone. Quando già
la fantasia dei guigliesi vedeva nel paese una nuova S. Remo, le ferree leggi
dello stato troncarono sul nascere l'iniziativa. Attualmente l'antico Conventino
è in parte adibito ad ostello. Guiglia è paese molto antico. La località
appare in un documento dell'890, un atto di enfiteusi, e in altri successivi del
996, del 1045. Già abbiamo accennato alle lotte quando venne incendiato il
castello. Ciò perché, come Montese, Guiglia era terra contesa dai Modenesi e
dai Bolognesi e appartenne, nel tempo, un po' agli uni, un po' agli altri. Feudo
dei Pepoli, passò al ricordato Francesco Montecuccoli. Abbattuto il feudalesimo
fece parte del Dipartimento del Reno, divenne importante sede di pretoria da cui
dipendevano e il Dipartimento del Reno e quello del Panaro. Per la modesta
altitudine (m. 490) offre un soggiorno molto adatto a malati di cuore. Una
fiorente agricoltura e un attivo artigianato completano il quadro dell'antica
Guia e Guilia o Wilia come appare in antiche carte. Origine ed etimologia di
Guiglia Guiglia, lo si vedrà nel capitolo seguente, esisteva già nell'anno
890. Da quanto tempo? Quanti secoli erano trascorsi da che apparvero sul colle
selvaggio le prime capanne? La sola risposta possibile a questi interrogativi,
al dire del Burchi, è racchiusa nell'enigma del nome che invano si è tentato
di sciogliere. Ecco quello che si può dire. La grafia comune del nome di
Guiglia è Guilia o Guia. Così si legge infatti nel più antico documento
dell'anno 890, così infinite volte nei secoli posteriori. Le forme Wilia (anno
996), Auilla (a. 1048), Auquiula (a. 1155), Wilica e Willica (a. 1162) compaiono
ciascuna una sola volta o in modo rarissimo e vanno considerate errori di
trascrizione o volgarizzazioni arbitrarie. Qual'è la sua derivazione? Non certo
da un'aquila o dalle feste aquilicie e meno ancora dal nome Villa, come opina il
Giannotti. Lo storico Cherubino Ghirarducci parla talvolta di Aquilia
affermando
di aver trovato tale dizione in molti documenti antichi, ora perduti. In verità
Guilia, senza la g, trae origine proprio dalla gens aquilia, romana, un membro
della quale colonizzò evidentemente questa terra. Da principio si chiamò terra
aquilia e in processo di tempo, come avviene in simili casi, scompare il
sostantivo rimase l'aggettivo sostantivato con aferesi iniziale un cambio di
consonante. ITINERARI Il
Parco dei Sassi di Roccamalatina Breve
storia del parco:
I
Sassi sono da tempo noti localmente come bellezza paesaggistica, ma l'unica
forma di tutela per anni
è
stata la Legge n. 1497 risalente al 1939 che
riguarda
la protezione delle bellezze naturali.
Qualche
studio effettuato in passato aveva già evidenziato la presenza di aspetti
floristici e faunistici
interessanti,
ma è solo con l'istituzione del Parco e" con
la predisposizione del Piano Territoriale che sono
state messe in risalto la molteplicità di microambienti
e la ricchezza naturalistica dell'area. Il
Parco viene istituito ufficialmente con la Legge Regionale
n. 11 del 1988 e nel 1989 si costituisce il
Consorzio per la gestione. Inizialmente l'area protetta
è di modeste dimensioni, circa 750 ettari, che
ricadono interamente nel Comune di Guiglia, ma
la sua collocazione geografica e il notevole
richiamo
turistico dai comuni circostanti e dalle
città
di Modena e Bologna ne aumentano notevolmente l'importanza. Alla
sua gestione decidono di concorrere tutti i comuni
dell'area vignolese: Vignola, Guiglia,
Marano
sul Panare, Montese, Zocca, Castel vetro e
Savignano
sul Panaro, oltre alla Provincia di
Modena
e alla Comunità Montana dell'Appennino
Modena
Est. Il 1989 è anche l'anno in cui cominciano a svilupparsi forme di
utilizzazione del Parco
diverse
dal tradizionale turismo domenicale: si
fanno
le prime visite guidate e si elaborano proposte specifiche per le scuole. I
primi anni di vita del
Parco,
analogamente a quanto è accaduto in molte
aree
protette, sono stati segnati da contrasti politici, opposizioni
dei residenti, vuoti amministrativi e gestionali. Non si è però mai interrotto
l'uso didattico degli spazi naturali e, grazie anche al volontariato, sono stati
attivati servizi per garantire una migliore
tutela della zona e al tempo stesso consentire la fruizione. Successivamente il
territorio protetto viene ampliato fino agli attuali 1040 ettari ricadenti
all'interno di due Comuni: Guiglia e Marano
sul Panare. Gli
anni 1994-1996 vedono il consolidamento
amministrativo
del Parco con la nomina dei membri per tutti gli organi gestionali previsti
dalla legislazione, l'approvazione e la pubblicazione da parte della
Regione Emilia-Romagna del Piano Territoriale
del Parco, strumento ufficiale di pianificazione e governo del territorio a
parco. Gli
ultimi avvenimenti dimostrano come, attraverso la
corretta gestione e l'opera assidua di informazione attuata dal personale del
Parco, il consenso verso l'area
protetta si sia ampliato e vada via via consolidandosi permettendo di guardare
al futuro del Parco
dei Sassi di Roccamalatina con maggiore serenità
e ottimismo.
Le rocche dei sassi e i Malatigni I
due piccoli villaggi ai piedi dei Sassi, un tempo chiamati Rocca di Guidone e
Rocca di Sigizo, facevano parte di un vasto sistema fortificato disposto intorno
alla Pieve di Trebbio e ai Sassi. Signori
di questo complesso, che comprendeva i tre macigni
di arenaria detti Rocca di Sopra, Rocca di Sotto
e Roccazzuola, definito dallo storico Paolo Mucci
come "uno dei più singolari insediamenti umani
della nostra montagna", furono i Malatigni, la
cui stirpe acquisì il nome da un Malatigna
(soprannome
composto da "mala", malvagia, e "linea",
tignola), di cui si ha notizia attorno al 1170. [ 1
primi documenti sulle proprietà dei Malatigni nei Sassi
risalgono alla fine del XIII secolo, ma la mancanza di atti di investitura fa
pensare a un dominio
di
fatto, quindi molto più antico.
Nelle
vicende militari del '200 e del '300 i Malatigni si schierarono alternativamente
con Bologna e con
Modena,
finché, donato ogni loro avere nei Sassi
agli
Estensi, li riottennero in feudo insieme a diritti e immunità ma perdendo in
realtà ogni potere j
politico. Nel
1405, la successiva investitura estense del territorio di Guiglia, con le Rocche
e Trebbio, ai Pio,
signori
di Carpi, segnò la fine della camera feudale dei Malatigni e anche del periodo
di splendore della pieve, che seguì poi le vicende politico-amministrative
della Pieve di Guiglia. FIERE,
FESTE ED EVENTI Durante
il mese di maggio a Guglia ha luogo la tradizionale Sagra gastronomica del
Borlengo arrivata ad oggi alla sua trentunesima edizione. La Sagra
che
deve il suo nome al tipico piatto della cucina
locale
si svolge presso il Castello di Guiglia.
Tra
le numerose fiere e manifestazioni che caratterizzano la stagione estiva del
Comune di Guiglia,
merita
di essere ricordata la Sagra dell'Aratura
che
occupa un posto di primo piano tra gli eventi
del
mese di agosto. Nel
periodo natalizio per gli amanti della musica è ormai
diventato un appuntamento da non perdere il Concerto
di Natale, che vede esibirsi insieme nella palestra
di Guiglia i cori, le bande e i gruppi operanti nel territorio comunale, una
vera espressione
della
musica locale. GASTRONOMIA Un'occhiata
in cucina Oltre
alle specialità della cucina modenese e bolognese (tortellini, tortelloni,
lasagne, tagliatene, cacciatora di pollo e coniglio, parmigiano-reggiano, prosciutto
ed insaccati di maiale), la cucina della montagna
modenese offre piatti più poveri, ma di
sicuro
effetto. Ne elenchiamo alcuni:
-
Le crescentine: si tratta di un sapiente impasto di farina,
latte, poche uova, olio (o burro) sale e lievito, ridotto in dischetti che,
seguendo l'uso antico dovrebbero
essere cotti rigorosamente tra testi di terra
cotta scaldati nel camino ("le tigelle"), avvolgendoli con fogli di
noce o di castagno. Tale metodo di cottura però è ormai raro e, al posto delle tigelle,
sono diffuse le piastre in ferro ("i ferri") o gli
stampi di ghisa, scaldati sulla stufa a legna o sul
fornello
a gas. La
crescentina si può tagliare a metà e "condire" con
un pesto di pancetta, aglio e rosmarino, ricoperto di parmigiano grattugiato, si
può anche imbottire con gli ottimi salumi locali; sostituisce poi,
egregiamente,
il pane con la cacciatora e gli umidi, in
particolare di funghi. -
I ciacci: l'impasto è più consistente rispetto ai borlenghi e
viene cotto tra i "ferri", il condimento è analogo.
Vista
la diffusione dei castagneti anche nella cucina della castagna sono presenti
ricette e specialità
caratteristiche. I
dolci Sono
oggi comunemente offerti dai forni locali i
dolci
tipici della nostra tradizione che, soprattutto in passato,
erano legati alle principali festività dell'anno e ad occasioni particolari: -
la colomba: è costituita da diversi strati di pastafrolla alternati a
strati di marmellate miste, arricchite da uva sultanina appassita, pinoli,
mandorle
tritate
e cedro candito; -
la torta di tagliatelline: è a base di tagliatelline sottilissime,
condite con un impasto fine di mandorle tritate, zucchero e cedro candito; il
tutto viene
cosparso
di burro prima della cottura e imbevuto di liquore
a cottura ultimata; -
gli zuccherini canditi e quelli di pastafrolla costituiscono un
tradizionale completamento dei dolci nuziali.
Tra
gli zuccherini a forma di frutta o di funghi porcini od ovuli, un tempo usuali e
degni degli esteri
più
esigenti, sopravvivono le pesche, con l'anima di crema
ed una mandorla e la buccia resa con colorazioni al liquore e zucchero. La
cucina delle castagne Il
periodo ideale per gustare i piatti a base di castagne è quello invernale, nel
quale la farina è appena
macinata
ed è all'apice del suo sapore e del suo
profumo.
Tra le molte ricette spiccano: -
la polenta, che viene servita con panna, vergine o soffritta
con sale o pepe, con pancetta fritta o salsicce, con uova fritte, ecc.; -
i castagnacci, un impasto molto tenero di farina, sale
ed acqua, che viene cotto tra i ferri, ottenendo un
disco sottile che si gusta con panna vergine,
ricotta
o formaggio; -
le frittelle: un impasto, simile a quello dei castagnacci, che viene
fritto nello strutto di maiale; -
le castagne cotte: sono castagne secche che vengono lessate e servite nel
brodo di cottura, aromatizzato con l'alloro; -
le mistocche: focaccine cotte al forno; -
la torta di farina di castagne: farina di castagne, uova,
latte, lievito e, a piacere, cacao o cioccolato. uva
passa e caffè in polvere. Il
borlengo Si
definisce col nome "borlengo" (termine dialettale "burlang"
o "burleng") quel cibo preparato cuocendo una pasta liquida, chiamata
"colla", in recipiente di rame stagnato, chiamato "sole" o
"mola",
condito
con un composto, chiamato concia ("cunza" o
"counza") e Parmigiano Reggiano grattugiato
("furmai",
"forma") e consumato appena pronto piegandolo
in quattro (ripiegato due volte su se stesso). La "colla" è un
composto liquido preparato con farina,
acqua e sale, con la possibilità di aggiunta di uova
(fino a 5 ogni chilogrammo di farina).
Il
condimento (cunza) è un impasto caldo o freddo
di
pancetta e lardo macinati, aggiunto di aglio e
rosmarino
pestati (con possibilità di aggiunta di una minima
parte di salsiccia). Il "sole" o "mola" è una padella
di rame stagnato con o senza manico, lavorata a mano, del diametro di 40-50
centimetri. Calzagatti
modenesi Erano
i due piatti della miseria; i fagioli; la carne dei
poveri, e la polenta, che per secoli è stata l'unica
risorsa contro la fame. Ma quando i modenesi ebbero l'idea di unirli in un solo
piatto, si scoprì che due povertà messe insieme potevano trasformarsi in una
grande ricchezza. Un
paiolo sul fuoco e accanto una donna intenta a rimestarne
il contenuto: un'immagine che evoca
incantesimi
e pozioni magiche e che può ben essere accostata ai calzagatti. In effetti non
è così strano parlare di magia a proposito di questa preparazione. Soltanto un
sortilegio
poteva
trasformare polenta e fagioli, due cibi poveri, in un piatto saporito e gustoso,
capace, nella sua
semplicità,
di portare gioia e buonumore ai commensali, oltreché di riempir loro lo
stomaco. E sortilegio è stato. Artefici di questo saporito incantesimo le donne
d'Emilia, regione "ricca e grassa" (sin dal
Rinascimento era considerata insieme alle Fiandre
la punta di diamante dell'agricoltura europea), ma dove la parola spreco era
giustamente bandita dal vocabolario. Calzagatti o cassagai, ma anche
paparuccia, ciribusla o bagia: di nomi ce ne sono
tanti e cambiano a seconda di dove ci si trova, ma
la struttura di questa ricetta, tipica della tradizione emiliana, rimane
invariata. D'altronde si tratta di ingredienti che nel Nord d'Italia sono di
casa: polenta
e fagioli. Ma a Modena si sono trasformati in
uno dei piatti più noti della città, potremmo dire
un
simbolo. Quasi come la statua che campeggia
nella
grande piazza del Duomo: "la Bellissima", una
figura femminile, mai identificata. Lei è rimasta un mistero, ma dei buonissimi
calzagatti, per nostra
fortuna, non si è mai persa la ricetta. Prosciutto
di Modena La zona tipica di produzione corrisponde alla fascia collinare del bacino oro-idrografico del fiume Panaro e sulle valli ivi confluenti fino a 900 metri di altitudine, ed è proprio qui che si verifica un microclima ideale per la stagionatura dei prosciutti. La storia del prosciutto crudo è antichissima e documentata fin dall'epoca dei Celti e dei Romani, cioè da quando si diffuse l'uso del sale per conservare le carni. La Pianura Padana è stata fin da allora particolarmente votata all'allevamento dei suini ed al consumo di questo tipo di carne nella gastronomia, tanto che una ricca ed antica tradizione salumiera si è così radicata nel modenese. Il Prosciutto di Modena ha un colore rosso vivo al taglio, un aroma gradevole ed un sapore dolce ma intenso, composto da carne magra, con l'esclusivo utilizzo di carni di qualità e di origine nazionale.
LINK http://www.comune.guiglia.mo.it http://www.regione.emilia-romagna.it/modena-est/comuni/guiglia/guiglia.htm |
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Aggiornato il: 27 dicembre 2010 |